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	<title> &#187; economia</title>
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		<title>Orto Urbano</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Aug 2011 12:56:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il progetto Nazionale Orti Urbani divulga le esperienze di orti gestiti da cittadini presenti sul territorio nazionale. L'Orto in città risparmio, ortaggi genuini e socializzazione
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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.giardinaggioindoor.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/08/logo-progetto-orti-urbani.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1895" title="progetto nazionale orti urbani" src="http://www.giardinaggioindoor.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/08/logo-progetto-orti-urbani.jpg" alt="progetto nazionale orti urbani" width="256" height="301" /></a>Il progetto Nazionale Orti Urbani divulga, sostiene e valorizza le esperienze di orti gestiti da cittadini presenti sul territorio nazionale. L’interesse per la terra, infatti, torna prepotentemente tra le passioni degli italiani se è vero che quattro su dieci si dedicano alla cura del verde in giardini, orti o terrazzi. Gli orti urbani, in particolare, hanno successo perché favoriscono il recupero del rapporto diretto con la terra e con il cibo che si mangia, perché diventano strumenti di aggregazione sociale e perché portano alla scoperta e alla valorizzazione di tradizioni e usanze.</p>
<p>Si tratta in genere di piccoli lotti di terreno (tra i 40 e i 65 mq.) di proprietà comunale da adibire ad orti e giardinaggio ricreativo ed assegnati in comodato ai cittadini richiedenti, che li coltivano per consumi familiari. Possono essere anche luoghi adatti allo svolgimento di attività didattiche per i più giovani.</p>
<p>La passione per la coltivazione casalinga dell’orto coinvolge allo stesso modo ambo i sessi e piace ai giovani, giacché è praticato da più di uno su quattro di quelli con età compresa tra i 25 e i 34 anni, anche se l&#8217;interesse aumenta con l&#8217;età e raggiunge quasi la metà degli over 65.</p>
<p>Tratto da: <a title="orti urbani" href="http://www.campagnamica.it/stili-sostenibili/progetto-nazionale-orti-urbani" target="_blank">http://www.campagnamica.it/stili-sostenibili/progetto-nazionale-orti-urbani</a></p>
<p>Clicca sul link per leggere il post originale e consultare i pdf con le le dieci esperienze di partenza nelle diverse città italiane.</p>
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		<title>Worm in progress</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jul 2011 14:27:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[WIP – WormInProgress è un progetto senza scopo di lucro che, primo in Italia, promuove la diffusione del vermicompostaggio domestico, fornendo informazioni, assistenza, consigli, proposte. Il vermicompostaggio domestico è una pratica semplice e virtuosa, pulita e igienica, per trasformare in compost i rifiuti di origine vegetale, grazie all’azione dei lombrichi. Richiede solo un piccolissimo spazio, [...]
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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>WIP – WormInProgress è un progetto senza scopo di lucro che, primo in Italia, promuove la diffusione del vermicompostaggio domestico,</p>
<div id="attachment_1873" class="wp-caption alignright" style="width: 303px"><a href="http://www.giardinaggioindoor.it/2011/07/18/worm-in-progress/worms/" rel="attachment wp-att-1873"><img class="size-full wp-image-1873 " style="margin: 4px;" title="worms-in-progress" src="http://www.giardinaggioindoor.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/07/worms.jpg" alt="worms-in-progress" width="293" height="173" /></a><p class="wp-caption-text">immagine: www.worminprogress.it</p></div>
<p>fornendo informazioni, assistenza, consigli, proposte. Il vermicompostaggio domestico è una pratica semplice e virtuosa, pulita e igienica, per trasformare in compost i rifiuti di origine vegetale, grazie all’azione dei lombrichi. Richiede solo un piccolissimo spazio, in appartamento o sul balcone, non ha bisogno di particolare manutenzione. In più, oltre ad avere un alto valore ecologico in quanto riduce i problemi conseguenti al conferimento in discarica o inceneritore, può anche diventare fonte di guadagno (con la rivendita del compost) o di risparmio (con la riduzione della tassa sui rifiuti nelle regioni che applicano tariffe “a peso”).</p>
<p><span id="more-1872"></span>Infatti, con il vermicompostaggio domestico si danno risposte concrete a diverse esigenze: trattamento dei rifiuti in modo biologico; razionalizzazione nella gestione dei rifiuti urbani; produzione di fertilizzante a basso costo per piante d’appartamento, giardinaggio od orticultura; consapevolezza sulla produzione individuale di rifiuti; riduzione dell’impatto dei rifiuti sull’economia pubblica e privata.</p>
<p>Tutto ciò è confermato dal grande sviluppo che il vermicompostaggio domestico ha in nord Europa e nord America, assumendo forme di fenomeno di massa in alcune zone periferiche di Londra, New York, Berlino, o nei quartieri urbani a spiccata vocazione giovanile ed ecologica, come Keetwoven ad Amsterdam e Nolita a New York.</p>
<p>È sufficiente una breve perlustrazione nella rete per rendersi conto di tale larga diffusione. E per verificare come qui in Italia siamo ancora all’anno 0 di questa pratica virtuosa.</p>
<p>WIP è nato per accendere l’interesse nel dibattito pubblico e diffondere la pratica nell’ambito privato.</p>
<p><a href="http://www.worminprogress.it/" target="_blank">http://www.worminprogress.it/</a></p>
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		<title>Coltivazione del tabacco in Italia</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Apr 2011 10:54:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA["Lavoriamo per il futuro della tabacchicoltura", incontro sul futuro della coltivazione di tabacco in Italia. La produzione di tabacco italiano: tavola rotonda.
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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.giardinaggioindoor.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/04/pianta-di-tabacco.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1838" style="margin: 4px;" title="pianta di tabacco" src="http://www.giardinaggioindoor.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/04/pianta-di-tabacco.jpg" alt="pianta di tabacco" width="180" height="211" /></a>Il futuro delle coltivazioni di tabacco italiane, tra le migliori a livello mondiale, è legato allo sviluppo delle ricerca e alla sostenibilità di  un settore che in Italia impiega oltre 60.000 addetti che arrivano a  200.000 con l&#8217;indotto (comprese le rivendite di tabacchi) e che tuttavia  soffre anche per l&#8217;impatto delle normative europee.</p>
<p>Sono i temi  principali affrontati oggi in un convegno che si è svolto a Città di  Castello, in provincia di Perugia, nel cuore dell&#8217;Umbria, terza regione  per produzione di tabacco con le sue 17.000 tonnellate annue.</p>
<p><span id="more-1837"></span></p>
<p>L&#8217;incontro dal titolo &#8221;Lavoriamo per il futuro della  tabacchicoltura&#8221; ha fatto il punto sul progetto di ricerca, avviato nel  2010, che ha visto il coinvolgimento di Ismea, Università di Napoli Federico II, Università di Perugia, e Unitab.  Il dibattito, cui hanno partecipato studiosi, politici e imprenditori,  si è incentrato sulle proposte avanzate dalla Commissione europea, in  particolare dalla direzione generale Sanco, per la revisione della  Direttiva sui prodotti di tabacco, e ancora si è parlato di costi di  produzione e di malattie che minano qualità e quantità dei tabacchi.</p>
<div><!-- .leogoo { width: 200px; overflow: hidden; text-align: left; float: left; background-color: rgb(255, 255, 255); border: 1px solid rgb(177, 177, 177); margin: 0px 10px 0px 0px; }.leogoo_by { font-family: Arial,Verdana,Tahoma; font-size: 10px; font-weight: bold; color: rgb(69, 69, 69); border-bottom: 1px dotted; }.leogoo_by a { color: rgb(69, 69, 69); text-decoration: none; }.leogoo_by a:hover { background-color: rgb(255, 255, 255); color: rgb(69, 69, 69); text-decoration: none; }.leogoo_title { width: 200px; font-family: Georgia,Times New Roman,serif; font-size: 12px; font-weight: bold; color: rgb(0, 51, 153); }.leogoo_title a { color: rgb(0, 51, 153); text-decoration: none; }.leogoo_title a:hover { background-color: rgb(255, 255, 255); color: rgb(0, 51, 153); text-decoration: underline; }.leogoo_description { width: 200px; font-family: Arial,Verdana,Tahoma; font-size: 11px; color: rgb(0, 0, 0); line-height: 15px; }.leogoo_url { font-family: Arial,Verdana,Tahoma; font-size: 11px; font-style: italic; color: rgb(69, 69, 69); }.leogoo_url a { color: rgb(69, 69, 69); text-decoration: none; }.leogoo_url a:hover { background-color: rgb(255, 255, 255); color: rgb(69, 69, 69); text-decoration: none; } -->&#8220;Il primo obiettivo è ridurre i costi di produzione&#8221; ha detto Oriano  Gioglio, direttore di Unitab. in rappresentanza dei produttori di  tabacco. Infatti, ha spiegato Gioglio, &#8220;i tabacchicoltori si trovano in  grandi difficoltà dopo la fine degli aiuti comunitari che coprivano il  50% del valore della produzione. E&#8217; ovvio comunque che il mercato deve  fare di più&#8221;. Sul fronte normativo, a livello europeo, ha continuato  Gioglio &#8220;l&#8217;Italia sta cercando di fare fronte comune con i paesi  produttori di tabacco ma preoccupano alcune modifiche che se approvate  darebbero un colpo ai nostri tabacchicoltori soprattutto campani&#8221;.</p>
<p>In particolare desta allarme il divieto di utilizzo degli ingredienti per la produzione delle sigarette che  rischia di annullare la produzione di varietà Burley, coltivata  soprattutto in Campania e destinata alle sigarette &#8216;American Blend&#8217;,  composte da miscele di diverse qualità che necessitano di essere  combinate con ingredienti. Altro punto nodale delle modifiche della  Commissione Ue la introduzione del &#8216;pacchetto generico&#8217; che prevede  pacchetti di sigarette tutti uguali, in tinta unita, al quale la filiera  italiana del tabacco è ostile.</p>
<p>Il dibattito nella cittadina umbra si è imperniato anche sulla  ricerca scientifica sia per l&#8217;uso razionale dell&#8217;acqua, affrontato da  Enrico Fratteggiani, sia sulla lotta alle orobanche, parassiti del  tabacco nell&#8217;intervento di Astolfo Zoina, docente dell&#8217;Università  Federico II di Napoli. Inoltre, sono stati illustrati anche i risultati  dell&#8217;indagine sui costi di produzione del tabacco Bright e  l&#8217;individuzione di best practice dal prof Antonio Perri dell&#8217;Università  di Perugia.</p>
<p>Infine, hanno partecipato a un&#8217;interessante tavola rotonda, tra gli  altri l&#8217;assessore all&#8217;Agricoltura dell&#8217;Umbria Fernanda Cecchini, il  parlamentare Walter Verini (Pd), la professoressa Ventura  dell&#8217;Università di Perugia e il presidente di Un.I.Tab. Roberto Di Menno  Di Bucchianico.</p>
<p><em>fonte: <a href="http://www.adnkronos.com/IGN/News/Economia/Sostenibilita-e-sviluppo-della-ricerca-per-il-futuro-delle-coltivazioni-di-tabacco-italiane_311927521272.html" target="_blank">adnkronos</a></em></p>
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		<title>Vecchie lampadine e raccolta RAEE</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Sep 2009 11:21:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dal 2009 inizia anche in Italia la limitazione sull'acquisto di lampadine ad incandescenza, purtroppo il sistema RAEE di smaltimento dei rifiuti elettrici ed elettronici è stato applicato solo parzialmente e c'è il rischio che i vecchi bulbi vadano a finire nella spazzatura.
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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come molti avranno letto, dal primo di Settembre le vecchie lampadine ad incandescenza da 100w vanno definitivamente fuori legge.<a rel="attachment wp-att-1190" href="http://www.giardinaggioindoor.it/2009/09/07/vecchie-lampadine-e-raccolta-raee/lampadina/"><img class="alignright size-full wp-image-1190" style="margin: 4px;" title="lampadina" src="http://www.giardinaggioindoor.it/wordpress/wp-content/uploads/2009/09/lampadina.jpg" alt="lampadina" width="219" height="165" /></a></p>
<p>E&#8217; quindi permesso ai negozianti smaltire le rimanenze, ma non potranno acquistarne di nuove, favorendo invece la diffusione di alogene e fluorescenti a risparmio energetico. Il divieto di commercializzazione definitivo di questi dispendiosi e poco ecologici bulbi è previsto per il 2011, insieme a quella degli elettrodomestici di classe inferiore alla A.</p>
<p>Partito non proprio sotto i migliori auspici a causa di vari pasticci legislativi fra il governo Prodi e quello Berlusconi negli anni 2007-2008-2009, il decreto europeo è finalmente definitivo, nero su bianco, anche in Italia.</p>
<p>Tutto bene quindi? Beh, no.</p>
<p><span id="more-1189"></span></p>
<p>Le lampadine ad incandescenza sono RAEE, ovvero  rifiuti derivanti da apparecchiature elettriche ed elettroniche. I RAEE  rappresentano una delle tipologia di rifiuti pericolosi in più rapida crescita a livello globale (crescono con un tasso del 3-5% annuo, tre volte superiore ai rifiuti normali). Sono considerati pericolosi per il loro contenuto di elementi tossici e persistenti, che rappresentano un rischio per l’ambiente e la salute umana nelle varie fasi di trattamento, riciclaggio e smaltimento.</p>
<p>Nello specifico i bulbi ad incandescenza contengono piccole quantità di mercurio, e per essere sicuri che lo smaltimento proceda per il meglio è entrato in vigore (anche questo in maniera rocambolesca) nel 2005 il decreto legislativo 151, che impone un ecocontributo RAEE (quindi da applicarsi a tutti i rifiuti elettrici ed elettronici) di 22 centesimi e una trafila da seguire.</p>
<p><script type="text/javascript">// <![CDATA[
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// ]]&gt;</script></p>
<p><script src="http://pagead2.googlesyndication.com/pagead/show_ads.js" type="text/javascript"></script></p>
<p></p>
<p>L'utente infatti dovrebbero rivolgersi al proprio negoziante che, a fronte dell'acquisto di un nuovo prodotto equivalente, ritirerebbe l'usato. Il viaggio del vecchio apparecchio elettronico proseguirebbe poi verso il punto di raccolta cittadino messo a disposizione del Comune e d infine al produttore stesso.</p>
<p>Il  produttore, senza lucro e forte dei 22 centesimi a pezzo che gli si tributano, si occuperebbe di riciclare il riciclabile e smaltire il resto adeguatamente.</p>
<p>Purtroppo il sistema è inceppato da terribili lungaggini burocratiche e maneggi sul decreto in questione, che  paralizzano di fatto l'obbligo di ritiro dei negozianti, facendo invece ricadere  sul cittadino l'onere di recarsi personalmente ai punti di raccolta a consegnare i rifiuti.</p>
<p>Ovviamente questo non incoraggia ad un coscienzioso comportamento ecologicamente etico l'uomo della strada che, sebbene obbligato dalla legge ad un corretto smaltimento, spesso preferisce uno sbrigativo abbandono. Per sapere dove sono i Centri di Raccolta, richiedere il ritiro degli oggetti, o per altre informazioni è possibile contattare il <a href="http://www.cdcraee.it/GetHome.pub_do?id=402881ae2015686d012018da02ac0009" target="_blank">centro di coordinamento raee</a> telefonando al numero verde 800-9031146 o via mail scrivendo a <a href="mailto:info@cdcraee.it">info@cdcraee.it</a>.</p>
<p><a href="http://www.cdcraee.it/GetPage.pub_do?id=402882a122795254012279a416f11be3" target="_blank">Qui</a> invece trovate un pdf che chiarisce come è strutturato il sistema di ritiro e trattamento dei RAEE in Italia, sebbene in maniera un po' ottimistica.</p>
<p>In conclusione, nonostante <a href="http://www.giardinaggioindoor.it/2009/03/01/greenpeace-lancia-il-sito-per-lelettronica-verde/" target="_blank">le iniziative ecologiche</a> intraprese ad oggi gli italiani pagano un contributo per un servizio inefficiente.</p>
<p>Ma la parte peggiore è ovviamente che in Italia il corretto smaltimento di pericolosi rifiuti, regolamentato nel resto d' Europa (la UE ha iniziato a dedicarsi al prodlema dei RAEE nel 2002) , sembra affidato al caso e alla buona volontà, in un turbine di disorganizzazione, con buona pace del concetto di responsabilità estesa e condivisa che dovrebbe affiancare il vecchio "chi inquina paga" nelle intenzioni della Normativa Europea per lo smaltimento dei rifiuti tecnologici.</p>
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		<title>Orto biologico a Buckingham Palace</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Jun 2009 12:46:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[LA Regina Elisabetta ospita a Buckingham Palace un orto biologico, seguendo l'esempio di Michelle Obama, e promuove la "cultura della terra" per il cittadino.
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<p>Una tendenza &#8211; quella del &#8216;coltiva i tuoi ortaggi&#8217; &#8211; che sta prendendo sempre più piede nella Gran Bretagna colpita dalla recessione. Ma anche un esempio dato da Michelle Obama, la nuova First Lady americana che con la regina ha stretto un ottimo rapporto, che nei giardini della Casa Bianca ha da mesi piantato un orto biologico. Così accanto al laghetto, all&#8217;eliporto e ai campi da tennis dove re Giorgio VI sfidava il campione Fred Perry, gli ospiti reali potranno ora ammirare un riquadro dove i giardinieri reali coltivano fagioli, fagiolini, porri e rape.</p>
<p><span id="more-984"></span>L&#8217;idea è stata della viceresponsabile del giardini del Palazzo, Claire Midgeley, che ha mostrato ieri alla sovrana il nuovissimo orto reale. &#8220;Noi cerchiamo di promuovere l&#8217;idea che si possa coltivare il proprio cibo &#8211; dice Midgeley &#8211; Coinvolgendo famiglie e bambini, così che si sporchino le mani nella terra. E&#8217; un movimento in crescita in tutto il paese, e noi vogliamo dare una mano&#8221;.</p>
<p>All&#8217;epoca della Seconda guerra mondiale, mentre Londra era sotto i bombardamenti tedeschi, il governo lanciò la campagna &#8220;Zappa per la vittoria&#8221;: i reali e gli altri cittadini coinvolti produssero 1,3 milioni di tonnellate di verdure e ortaggi. Così fu possibile addirittura dimezzare le importazioni alimentari che arrivavano sulle navi, costantemente attaccate dalla marina del Terzo Reich. Tuttavia, per i sudditi di Elisabetta non è così facile creare un proprio orto: essi dipendono infatti dalle autorità locali, che spesso tardano mesi, se non anni, a concedere l&#8217;uso di un pezzetto di terreno demaniale per coltivazioni. Al momento, in tutta Inghilterra, la lista d&#8217;attesa conta ben 100.000 persone.</p>
<p>Chissà, forse Elisabetta II ha ricevuto qualche buon consiglio agricolo dalla sua nuova amica, la signora Obama: nei giorni scorsi Michelle ha infatti avuto il raro privilegio di fare una visita guidata all&#8217;interno di Buckingham Palace insieme alle figlie Malia e Sasha. La visita nella residenza ufficiale della regina e nei suoi 16 ettari di giardini, si è svolta mercoledì, giorno del compleanno di Sasha (8 anni) e ultimo passato dalle donne della famiglia Obama nella capitale. Come ulteriore segno di amicizia, la regina ha ricevuto le Obama al termine della lunga visita nel palazzo reale. Tra Elisabetta e Michelle sarebbe scoppiato un grande feeling, dopo che le due donne hanno scoperto passioni comuni, dal giardinaggio all&#8217;abbigliamento. Sarebbero rimaste in contatto dopo il primo incontro avvenuto nel corso del G20 di aprile a Londra, quando la regina si è lasciata abbracciare dalla sua ospite, un fatto senza precedenti nella storia del cerimoniale di Buckingham Palace.</p>
<p>Fonte: <a href="http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/inbreve/visualizza_new.html_989501579.html" target="_blank">ANSA</a></p>
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		<title>Eolico &#8211; Giornata mondiale del vento</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Jun 2009 12:36:42 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[ROMA &#8211; Oltre 200.000 occupati nel mondo e un fatturato di 18 miliardi di euro (nel 2007). Questi i numeri dell&#8217;eolico che fa registrare un vero e proprio boom negli ultimi 10 anni con una crescita vicina al 30%. E si celebra oggi, 15 giugno 2009, la Giornata mondiale della materia prima, il vento, che [...]
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<p>L&#8217;iniziativa interesserà 29 Paesi con il coordinamento congiunto dell&#8217;European wind energy association (Ewea) e della Global wind energy council (Gwec). In Italia sono già partite una serie di manifestazioni organizzate dall&#8217;Associazione nazionale energia del vento (Anev), che si prolungheranno fin al 28 giugno. Quella più importante è organizzata a Roma al parco dei Daini all&#8217;interno di Villa Borghese nello spazio multifunzionale pala-energia dell&#8217;associazione. A Villa Borghese è stato allestito un aerogeneratore eolico per permettere ai visitatori di conoscere praticamente l&#8217;energia generata dal vento.</p>
<p><strong>PROTOCOLLO PER L&#8217;EOLICO</strong> &#8211; Un protocollo per sostenere l&#8217;eolico tra l&#8217;Associazione nazionale energia del vento (Anev) e Greenpeace e Legambiente. Un&#8217;intesa arrivata pochi giorni prima della Giornata mondiale del vento. Il presidente dell&#8217;Anev, Oreste Vigorito, si è soffermato sull&#8217;assenza di una regolamentazione nazionale dell&#8217;energia eolica: &#8220;Non ci sono delle regole chiare in tutto il territorio nazionale ma ogni regione adotta delle proprie linee guida.</p>
<p><span id="more-980"></span></p>
<p>Finora Puglia, Campania e Sicilia sono le regioni che si pongono ai primi posti per numeri d&#8217;impianti. Marche, Umbria e Sardegna, invece, sono quelle che hanno grandi potenzialità ma danno poche risposte&#8221;. Secondo Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace, &#8220;questo protocollo serve a spingere l&#8217;industria a produrre degli esempi sempre migliori, per un mondo, quello dell&#8217;eolico, in evoluzione. Già adesso &#8211; aggiunge &#8211; sappiamo dell&#8217;esistenza di impianti che con le stesse dimensioni possono produrre molta più energia&#8221;. L&#8217;eolico, osserva Edoardo Zanchini, responsabile energia di Legambiente, è &#8220;il futuro dell&#8217;Italia&#8221;. Ma c&#8217;é stato spazio anche per le polemiche. Carlo Ripa di Meana, ha riferito Vigorito, ha annunciato che presenteranno una moratoria al Parlamento europeo contro l&#8217;eolico, perché gli impianti eolici deturperebbero il paesaggio.</p>
<p>Fonte: <a href="http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/inbreve/visualizza_new.html_989585967.html" target="_blank">ANSA</a></p>
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		<title>Biochar, il carbone amico dell&#8217;ambiente</title>
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		<pubDate>Sat, 30 May 2009 13:15:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il biochar, detto anche agrichar o carbone agricolo, è un materiale simile alla carbonella ottenuto grazie alla pirolisi di biomasse che ha le potenzialità per rivoluzionare l'agricoltura e rallentare l'effetto serra.
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Se ne sente parlare da un bel po&#8217; di tempo come di un interessante prodotto da alcuni e come panacea risanatrice degli scompensi climatici da <a rel="attachment wp-att-958" href="http://www.giardinaggioindoor.it/2009/05/30/biochar-il-carbone-agricolo-amico-dellambiente/biochar-2/"><img class="alignright size-full wp-image-958" style="border: 1px solid black; margin: 2px;" title="biochar" src="http://www.giardinaggioindoor.it/wordpress/wp-content/uploads/2009/05/biochar-2.jpg" alt="biochar" width="205" height="146" /></a>altri. Ma cos&#8217;è?</p>
<p>Il Biochar, o Agrichar, o ancora carbone agricolo, è il prodotto naturale della pirolisi (scomposizione ottenuta col calore in assenza di ossigeno) di biomasse composte da rifiuti vegetali e altri scarti organici.<br />
Il procedimento permette di ottenere un materiale simile a fine carbonella molto ricco di carbonio organico, combinato con carbone, condensato di bio-oli, cenere e catrame.</p>
<p>A cosa serve?</p>
<p>La sua particolare composizione lo rende idoneo all&#8217;assorbimento di CO2 e gas responsabili dell&#8217;effetto serra, che vengono letteralmente estratti dall&#8217;atmosfera e fissati al suolo in maniera stabile.<br />
La CO2 catturata viene trattenuta, contribuendo a rendere il Biochar un substrato nutriente che riduce il fabbisogno di fertilizzanti, migliora la resa del suolo e rende più efficienti le colture tradizionali.<br />
In sintesi, il Biochar incrementa i raccolti, migliora la qualità del terreno e riduce l&#8217;impatto ambientale dell&#8217;agricoltura.</p>
<p>Perchè ancora non ha salvato il mondo?</p>
<p><span id="more-957"></span></p>
<p>Perchè costa. Non molto, ma al momento la pirolisi per la produzione di bioenegia costa di più dell&#8217;utilizzo dei combustibili fossili.<br />
Certo mettendo sul piatto tutti i punti a favore del Biochar sembrerebbe impossibile che si voglia restare abbarbicati a qualcosa di così antiquato e soprattutto non-rinnovabile, ma questa è l&#8217;economia.<br />
Non dimentichiamo che guidiamo automobili a benzina e le guideremo fino a che il petrolio sarà un business così appetitoso.</p>
<p>Ma da dove esce questo prodotto miracoloso? Da un modernissimo laboratorio?</p>
<p>Ovviamente no. Quello del Biochar non è un&#8217;invenzione recente: già i nativi dell&#8217;Amazzonia pre-colombiana infatti fertilizzavano il suolo bruciando scarti vegetali e rifiuti in fossati, creando un ambiente molto fertile chiamato dagli europei Terra Preta (Terra Nera, in portoghese ).<br />
La tecnica però è stata abbandonata per essere riscoperta solo recentemente.<br />
Università e ricercatori stanno attivandosi per progetti interessanti in Africa e per l&#8217;applicazione su larga scala del Biochar, ma ad oggi non sono ancora attivi grandi centri che si occupino esclusivamente di esso.<br />
Gli usi potenziali sono moltissimi e tutti molto interessanti.<br />
Biochar può ripulire l&#8217;atmosfera dai gas serra e incamerarli per secoli, attenuando il riscaldamento globale.<br />
La sua produzione combinata con l&#8217;utilizzo di biocarburanti ha un bilancio positivo che garantisce 3-9 volte più energia ottenuta di quanta ne è stata spesa.<br />
La sua presenza nei terreni di coltura ne abbassa il pH, previene la lisciviazione dei nutrienti e li conserva disponibili più a lungo, oltre a trattenere l&#8217;acqua.<br />
Questo migliora la resa del substrato, e riduce l&#8217;impiego di fertilizzanti.<br />
Riduce inoltre l&#8217;emissione del suolo di protossido d&#8217;azoto e metano, dannosi per l&#8217;atmosfera. Terreni sfruttati o poco fertili possono essere letteralmente trasformati con l&#8217;aggiunta di Biochar.<br />
L&#8217;aggiunta di Biochar all&#8217;alimentazione degli animali contribuirebbe a ridurne le emissioni di metano (un po&#8217; come il carbone attivo sgonfia-pancia della pubblicità) e lo migliorerebbe il potere concimante del letame, oltre a renderlo un po&#8217; meno odoroso di &#8220;campagna&#8221;.</p>
<p><script type="text/javascript">// <![CDATA[
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// ]]&gt;</script><br />
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<p>E dove si deforesta? Questo Biochar non si incatenerà mica agli alberi per salvarli.</p>
<p>No, però permetterebbe di porre un freno all&#8217;attuale politica del taglia e brucia, che porta ad un rapido sfruttamento delle aree che vengono poi abbandonate per una nuova zona deforestata.<br />
Le aree disboscate infatti non sono granchè fertili, richiedono molti nutrienti chimici e si esauriscono in fretta. Se invece di bruciare gli alberi per produrre energia si &#8220;pirolizzassero&#8221; (ok, fingiamo che questa parola esista) Biochar si avrebbero campi fertili e un buon recupero di materiale. E ovviamente meno alberi abbattuti.<br />
La ciliegina sulla torta è che tutto questo non richiederebbe sostanziali cambiamenti strutturali o grandi investimenti.</p>
<p>Dov&#8217;è il trucco?</p>
<p>Non c&#8217;è trucco e non c&#8217;è inganno. Ma ci sono i derivati, che sono ottimi.<br />
Bio-olio combustibile da utilizzare per il riscaldamento (produce particolato però e va quindi utilizzato con le cautele del caso), e Syngas che può essere bruciato direttamente o convertito in diesel pulito o nella produzione di metanolo o idrogeno.<br />
Ok, a ben guardare il bio-olio qualche problemino lo dà, come combustibile: è corrosivo per l&#8217;acciaio e ha un elevato contenuto di vapore acqueo che potrebbe danneggiare l&#8217;accensione dei macchinari, inoltre contiene particelle che potrebbero bloccare gli iniettori.<br />
Più che utilizzato direttamente esprimerebbe al meglio il suo potenziale una volta raffinato e suddiviso in preziose ed utili sostanze chimiche, e solo dopo utilizzato come combustibile o trasformato in Syngas.</p>
<p>La pirolisi parrebbe essere il metodo col migliore rapporto costo-efficacia per la produzione di energia da biomasse. Piccole unità trasportabili per la pirolisi abbatterebbero i costi del trasporto della biomassa e si potrebbero alimentarecol Syngas prodotto.<br />
Esiste una pirolisi lenta, a bassa temperatura, che produce più Biochar (circa il 50%) e impegna diverse ore, e una veloce che in pochi secondi grazie alle alte temperature produce circa il 60% di bio-olio, il 20% di Syngas e il 20% di Biochar.<br />
<a href="http://www.giardinaggioindoor.it/2009/05/27/kyoto-box-forno-di-cartone-ad-energia-solare">Abbiamo visto di recente applicare con successo la tecnologia a microonde alla pirolisi nel Black Phantom</a>, e questo potrebbe rendere ancora più efficiente l&#8217;intero procedimento.</p>
<p>Impieghi pratici</p>
<p>Al momento si lavora sulla possibilità di aprire impianti locali centralizzati a livello regionale, sulla fornitura di sistemi a piccoli gruppi di agricoltori e su forni mobili a bordo di speciali camion.<br />
A seconda delle esigenze specifiche della zona può essere adottato uno di questi metodi, che restano comunque allo studio limitatamente a poche zone rurali.<br />
Bisognerà aspettare il finanziamento di qualche colosso del commercio per vedere veri importanti passi avanti.<br />
Incrociamo dunque le dita nella speranza che il Biochar si riveli fonte di guadagno della multinazionale di turno e non un bastone tra le ruote dei titani del petrolio e del carbone, o non ne sentiremo mai più parlare.</p>
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		<title>Kyoto Box, forno di cartone ad energia solare</title>
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		<pubDate>Wed, 27 May 2009 19:42:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si è concluso in Aprile il Climate Change Challange promosso dal Financial Time, con interessanti risultati. Vincitore il Kyoto Box, forno solare realizzato con scatole di cartone
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-950" href="http://www.giardinaggioindoor.it/wordpress/2009/05/27/kyoto-box-forno-di-cartone-ad-energia-solare/climatechangechallenge1/"><img class="alignleft size-full wp-image-950" style="margin: 6px;" title="climate change challenge" src="http://www.giardinaggioindoor.it/wordpress/wp-content/uploads/2009/05/climatechangechallenge1.gif" alt="climate change challenge" width="160" height="213" /></a>Si è concluso in Aprile il Climate Change Challange promosso dal Financial Time, con interessanti risultati.</p>
<p>La sfida consisteva nel trovare idee realizzabili a livello commerciale per ridurre le emissioni dannose e combattere i cambiamenti climatici indotti dall&#8217;inquinamento.<br />
Fra i progetti finalisti figurano anche alcune soluzioni per i risparmio energetico che lasciano parecchio perplessi: vediamo un po&#8217; cosa è saltato fuori.</p>
<p>Con l&#8217;evocativo nome di Black Phantom viene presentata una macchina in grado di trasformare la biomassa in carbonella, una forma molto stabile di carbone.</p>
<p>Il macchinario è trasportabile e consiste in una sorta di enorme microonde in grado di convertire vari scarti di produzione agricola e di lavorazione del legno in materiale combustibile.</p>
<p>In realtà il procedimento era già noto, non si tratta di una vera invenzione ma piuttosto di una riscoperta in chiave rimodernata.<br />
<span id="more-942"></span>Semplicissimo ma -dicono- risolutivo Deflecktors è un economico e leggero coperchio che ostruendo le concavità presenti nei cerchioni dei<img class="alignright size-full wp-image-945" style="margin: 3px;" title="deflecktor" src="http://www.giardinaggioindoor.it/wordpress/wp-content/uploads/2009/05/deflecktor.jpg" alt="deflecktor" width="163" height="226" /> camion ne riduce l&#8217;attrito, diminuendo del 2% il consumo di carburante.<br />
L&#8217;idea è nata osservando le dimensioni dei cerchi dei TIR, pari circa a quelle del finestrino di un&#8217;auto. Non potendo rinunciare al traffico su gomma la giuria l&#8217;ha trovato molto utile&#8230;ma cambiare il design all&#8217;origine non sarebbe un&#8217;opzione più semplice?</p>
<p>Mootral è un additivo a base di aglio, antibiotico naturale, da somministrare a mucche, pecore e alri erbivori per limitarne la flatulenza.<br />
Pare che riduca le emissioni del 94% stimolando il processo digestivo del bestiame e limitando lo sviluppo dei batteri. Mah.</p>
<p>Niente nomi fichetti ma sicuro appeal per le piastrelle raffreddanti. Non si rovinano e non necessitano di manutenzione, sono pensate per rivestire i soffitti.<br />
Un controsoffitto convoglia l&#8217;aria calda grazie al principio della convezione, e l&#8217;acqua ottenuta per evaporazione resta intrappolata nelle piastrelle, che si raffreddano istantaneamente.<br />
Semplice e geniale.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-948" title="kyoto box" src="http://www.giardinaggioindoor.it/wordpress/wp-content/uploads/2009/05/kyotobox2.jpg" alt="kyoto box" width="175" height="247" /></p>
<p>And the winner is&#8230;Il vincitore del concorso è il Kyoto Box, un forno di cartone ad energia solare pensato per la parte rurale dell&#8217;Africa,</p>
<p>realizzabile all&#8217;esorbitante costo di 5 dollari ad esemplare.</p>
<p>Jon Bøhmer, norvegese trapiantato a Nairobi, ha in pratica preso due scatole di cartone, infilate l&#8217;una nell&#8217;altra: quella esterna è rivestita si <img class="alignright size-full wp-image-947" title="kyoto box" src="http://www.giardinaggioindoor.it/wordpress/wp-content/uploads/2009/05/kyotobox1.jpg" alt="kyoto box" width="395" height="394" />carta stagnola e quella interna e dipinta di nero.<br />
Il resto lo fa il Sole, e pare che dieci litri d&#8217;acqua posti in un recipiente all&#8217;interno possano bollire in due ore. Quasto garantirebbe la sterilizzazione dell&#8217;acqua, il cui inquinamento è una delle principali cause di malattia e morte nei Paesi del terzo mondo.</p>
<p>Inoltre la diminuzione nell&#8217;uso di legna da ardere metterebbe un freno alla deforestazione selvaggia e porterebbe ad una riduzione delle emissioni di CO2</p>
<p>stimate in due tonnellate per famiglia all&#8217;anno.</p>
<p>Inutile dire che il vero punto di forza è la semplicità e la versatilità di un oggetto che può essere riprodotto ovunque con materiali di scarto.<br />
L&#8217;idea è stata ben accolta anche a livello commerciale e una fabbrica di Nairobi ha già iniziato la produzione.</p>
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		<title>M.Pollan, dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Sep 2008 22:49:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Intervista di Agnese Codignola Cos&#8217;è questa cosa che sto mangiando? E da dove diavolo arriva? Tutto ha avuto inizio da queste due (all&#8217;apparenza) semplici domande. Risultato: un caso editoriale forse senza precedenti, dato l&#8217;argomento, centinaia di migliaia di copie vendute in tutto il mondo e la richiesta pressante di una seconda puntata da parte di [...]
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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Intervista di Agnese Codignola</em></p>
<p><a title="pollan" rel="attachment wp-att-349" href="http://www.giardinaggioindoor.it/wordpress/2008/09/07/michael-pollan-dimmi-cosa-mangi-e-ti-diro-chi-sei/pollan1_b/"><img class="alignleft size-medium wp-image-349" style="border: 1px solid black; margin: 2px;" title="pollan" src="http://www.giardinaggioindoor.it/wordpress/wp-content/uploads/2008/12/pollan1_b.jpg" alt="" width="180" height="227" /></a>Cos&#8217;è questa cosa che sto mangiando? E da dove diavolo arriva? Tutto ha avuto inizio da queste due (all&#8217;apparenza) semplici domande. Risultato: un caso editoriale forse senza precedenti, dato l&#8217;argomento, centinaia di migliaia di copie vendute in tutto il mondo e la richiesta pressante di una seconda puntata da parte di migliaia lettori. Si tratta de &#8216;Il dilemma dell&#8217;onnivoro&#8217;, il libro culto dedicato all&#8217;alimentazione, in uscita in Italia con Adelphi il 4 giugno, scritto da Michael Pollan, pluripremiato giornalista collaboratore del &#8216;New York Times&#8217;, docente di Giornalismo scientifico e ambientale all&#8217;Università di Berkeley, che ha evidentemente toccato un nervo più che scoperto, e cioè la schizofrenia che vede milioni di persone al tempo stesso sempre più pigre, malate, obese, ma anche alla ricerca nevrotica della dieta ideale, o dell&#8217;alimento che le può salvare. E lo ha fatto con l&#8217;occhio del naturalista, intraprendendo un viaggio anche fisico, non solo culturale, in quattro pasti-tipo, arrivando così a scoprire realtà sconcertanti, spesso tragicomiche; che lo hanno condotto, infine, a mettere sotto accusa tutto ciò che mangiamo. Il successo del libro manifesta lo sconcerto di noi tutti davanti a quello che lui chiama &#8216;il dilemma dell&#8217;onnivoro&#8217;: più ci arricchiamo, più mangiamo male, più ci ammaliamo. Già, ma i lettori non si sono accontentati di un&#8217;accusa, ancorché argomentata e globale. E hanno chiesto a gran voce la soluzione del dilemma che, nelle settimane scorse, Pollan ha pubblicato col titolo &#8216;In Defense of Food &#8211; an Eater Manifesto&#8217;, e che è già tra i dieci libri più venduti negli Stati Uniti. Qual è la soluzione? Glielo abbiamo chiesto.</p>
<p>Michael Pollan, cominciamo dal dilemma: che cosa c&#8217;è di così strano nelle merci in vendita al supermercato?</p>
<p>&#8220;Nulla, all&#8217;apparenza, anzi. Se osserviamo l&#8217;immensa biodiversità presente in quell&#8217;ambiente così perfetto, dove gli odori sono banditi, le merci hanno un aspetto invitante e fresco, non possiamo che pensare, soddisfatti, ai passi in avanti fatti negli ultimi decenni. Tuttavia, se cerchiamo di conoscere meglio ciò che viene offerto, la situazione cambia radicalmente. Per capire quanto, basta leggere le etichette, con il loro gergo per iniziati e le interminabili liste di sostanze chimiche anche nei cibi più semplici, e con l&#8217;indicazione della provenienza, che spesso rimanda a produzioni situate a migliaia di chilometri. <span id="more-348"></span>Per questo ho deciso di comprendere davvero che cosa mangiamo, e mi sono convinto che, per farlo, non ci fosse che una strada: quella di vivere in prima persona i processi che portano a quattro tipi di pasti, il fast food, la catena biologica industriale, quella integrata e quella dei nostri antenati cacciatori e raccoglitori&#8221;.</p>
<p>E cosa l&#8217;ha più impressionata?</p>
<p>&#8220;Ad esempio la pervasività del mais, che ha soppiantato molti tipi di colture e che domina ormai ogni aspetto della catena alimentare industriale, compresa la nutrizione dei bovini, che non hanno un organismo adatto a digerirlo&#8221;.</p>
<p>Da cosa dipende questo strabiliante successo? Che conseguenze ha?</p>
<p>&#8220;Ogni supermercato americano offre all&#8217;incira 45 mila prodotti: oltre un quarto di essi, compresi molti non alimentari, contiene mais in tutte le sue forme. Questa dipendenza dal mais è il risultato di politiche di incentivi portate avanti fino dagli anni Cinquanta, che hanno spinto i contadini e allevatori a coltivarne e a utilizzarne sempre di più. Ma tutto ciò ha un prezzo: ho vissuto in una delle grandi fattorie dove si produce solo mais e ho scoperto che il nonno dell&#8217;attuale proprietario riusciva a sfamare la sua famiglia e altri 12 compatrioti grazie alla diversità di colture e allevamenti. Il nipote oggi mantiene 129 americani , un indubbio vantaggio, ma non produce nulla di commestibile per sé (neppure il mais, che è di una varietà non utilizzabile direttamente), deve fare i conti con un terreno sterile, inquinato dai fertilizzanti e pesticidi&#8221;.</p>
<p>Meglio i cibi biologici&#8230;.</p>
<p>&#8220;Sicuramente gli alimenti biologici hanno un contenuto di inquinanti più basso, e devastano in misura nettamente minore il territorio. Tuttavia l&#8217;industrializzazione delle produzioni bio le sta portando rapidamente nel solco di tutte le altre: in alcune delle grandi aziende del settore ho visto immense monocolture, allevamenti di bovini e ovini che di biologico hanno solo il cibo di cui si nutrono, processi di confezionamento e conservazione che si avvalgono di sostanze tutt&#8217;altro che naturali e, soprattutto, il trasporto a grandi distanze. Tutto ciò rende questi cibi talvolta più dannosi per l&#8217;ambiente rispetto a quelli tradizionali, e non molto più salutari di quelli industriali. Al consumatore spesso resta un costo finale più elevato e pochissima chiarezza sulla vera natura dell&#8217;alimento&#8221;.</p>
<p>Il modello migliore sembra quello delle fattorie nelle quali c&#8217;è una varietà di coltivazioni e di allevamenti che costituisce un microcosmo equilibrato che non ha bisogno della chimica. Un modello difficile da espandere?</p>
<p>&#8220;No. Anzi, si sta diffondendo sempre di più. Certo, non credo che potrà mai rimpiazzare in toto la produzione industriale, perché richiede molto impegno, non può assicurare la quantità di cibo di cui abbiamo bisogno e perché i contadini sono ormai troppo abituati a servirsi della chimica. Tuttavia è possibile che questo approccio modifichi profondamente il nostro rapporto con il cibo, come del resto sta avvenendo in Italia grazie al movimento dello Slow Food, che reputo uno dei più importanti tentativi al mondo di salvaguardare la cultura dell&#8217;alimentazione ancora prima che la qualità del cibo. Dovrebbero essere introdotte opportune modifiche normative, cioè leggi e accordi che incentivino questo tipo di agroalimentare a scapito di quello industriale (e non il contrario, come accade oggi), e che promuovano la distribuzione locale attraverso i farmer market e i punti vendita gestiti direttamente dai contadini. Solo comprendendo e valorizzando quanto si mangia ci si può nutrire in modo consapevole e sano&#8221;.</p>
<p>La consapevolezza di ciò che mangiamo le sta a cuore. E la carne?</p>
<p>&#8220;Credo che se si mangia carne sarebbe meglio, almeno una volta nella vita, partecipare alle fasi finali della produzione. È l&#8217;unico strumento efficace per comprendere fino in fondo il sacrificio degli animali, sprecare di meno, supportare i metodi di allevamento e uccisione più sostenibili e diventare consapevoli del fatto che attualmente mangiamo davvero troppa carne, anche perché i metodi industriali l&#8217;hanno resa accessibile in grandi quantità a prezzi di saldo&#8221;.</p>
<p>Crede che dipenda da questo l&#8217;epidemia di obesità, in America e nel mondo?</p>
<p>&#8220;Gli scienziati stanno ancora speculando sulle cause dell&#8217;obesità, del diabete e delle malattie collegate alla dieta occidentale; alcuni chiamano in causa i troppi grassi, altri i troppi zuccheri, altri ancora nuovi alimenti come l&#8217;onnipresente sciroppo di glucosio (derivato dal mais) e così via. Si ostinano a percorrere la strada del nutrizionismo, cioè tentano di scindere la dieta in una somma di elementi più semplici, per poi rimontarla a piacimento fino a eliminare i colpevoli e ottenere quella ideale. Ma questo oscura una verità molto più semplice: è tutta la nostra alimentazione a costituire il problema. Per questo la cosa migliore che possiamo fare per la nostra salute (ma anche per l&#8217;ambiente e per tutti gli altri abitanti del pianeta) è abbandonare questo tipo di alimentazione folle e tornare a consumare cibi più tradizionali, in quantità minori, ridurre gli alimenti lavorati industrialmente, quelli ad alto contenuto di oli e farine processati e quelli che contengono qualunque cosa che non siano vegetali freschi e farine integrali&#8221;.</p>
<p>E lei, come ha modificato la sua dieta?</p>
<p>&#8220;Evito la carne industriale e acquisto la poca carne che consumo esclusivamente dai produttori locali che allevano il bestiame all&#8217;aria aperta nutrendolo con una dieta adeguata (nel caso del manzo erba, e non mais). Nei supermercati compro il minimo indispensabile, perché cerco di acquistare tutto ciò che mi occorre nei farmer market, e coltivo nel mio piccolo giardino alcuni ortaggi. Tuttavia non voglio essere un purista: cerco di non esasperare chi mi sta vicino, e molto raramente rifiuto un alimento che mi viene offerto da amici. Sono convinto che avere un comportamento corretto anche una sola volta alla settimana possa già contribuire molto a costruire una catena alimentare diversa. Anche perché, come dimostra lo Slow Food, mangiare è molto più che alimentare il corpo: è un&#8217;attività al cuore stesso della cultura umana e chiama in causa il piacere, l&#8217;identità di una comunità&#8221;.</p>
<p>In conclusione: come dovremmo mangiare?</p>
<p>&#8220;Bisogna mangiare alimenti che non abbiano subito trasformazioni tali da diventare irriconoscibili, ed evitare tutto ciò che contiene ingredienti oscuri e troppo numerosi. Mangiare meno ma meglio è l&#8217;unica soluzione per smettere di essere un popolo con il codice a barre e per guarire dal disturbo del comportamento alimentare globale che ci affligge&#8221;.</p>
<p><em>di Agnese Codignola, tratto da l&#8217;Espresso del 22/05/08</em></p>
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		<title>Idroponica ed economia: perchè sì, perchè no</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Oct 2007 20:16:17 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di M.Bruna Zolin Università di Venezia, Facoltà di Economia Le coltivazioni senza suolo L&#8217;imprenditore agricolo è definito, dall&#8217;articolo 2135 del Codice Civile (così come modificato dalla &#8220;legge di orientamento&#8221; D.Lgs: 18 maggio 2001, n, 228), come colui che esercita un&#8217;attività diretta alla coltivazione del fondo, alla silvicoltura, all&#8217;allevamento del bestiame e all&#8217;esercizio di attività connesse [...]
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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di M.Bruna Zolin<br />
Università di Venezia, Facoltà di Economia</em><br />
Le coltivazioni senza suolo</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-257" style="border: 1px solid black; margin: 2px;" title="economia ed idroponica" src="http://www.giardinaggioindoor.it/wordpress/wp-content/uploads/2008/12/growing-dollars.jpg" alt="" width="250" height="188" />L&#8217;imprenditore agricolo è definito, dall&#8217;articolo 2135 del Codice Civile (così come modificato dalla &#8220;legge di orientamento&#8221; D.Lgs: 18 maggio 2001, n, 228), come colui che esercita un&#8217;attività diretta alla coltivazione del fondo, alla silvicoltura, all&#8217;allevamento del bestiame e all&#8217;esercizio di attività connesse alle precedenti. Per coltivazione del fondo, per silvicoltura e per allevamento del bestiame si intendono le attività dirette alla cura e allo sviluppo di un ciclo biologico o di una fase necessaria del ciclo stesso, di carattere vegetale o animale, che utilizzano o possono utilizzare il fondo, il bosco o le acque dolci, salmastre o marine. L&#8217;introduzione nella legislazione attuale del &#8220;&#8230; possono utilizzare il fondo&#8230;&#8221; fa sì che il legame un tempo indissolubile tra l&#8217;imprenditore agricolo e il fondo sia ora venuto meno.<span id="more-256"></span></p>
<p>Se le attività di allevamento (allevamenti intensivi), da oramai lunghi anni, hanno reciso il tradizionale legame tra fattori produttivi terra-capitale-lavoro è difficile pensare che alcune coltivazioni vegetali, indipendentemente dal quadro giuridico, possano avvenire senza il supporto del fattore terra. E&#8217; questa una delle innovazioni che le colture idroponiche (coltivazione delle piante in acqua) e aeroponiche (coltivazione delle piante in aria) introducono.</p>
<p>La possibilità di coltivare le piante in assenza del terreno non è recente: i giardini pensili di Babilonia o i giardini degli aztechi in Messico sono solo alcuni esempi.<br />
Le colture senza suolo, per certi versi assimilabili alle protette (serre), si basano sulla modificazione dell&#8217;ambiente alle esigenze specifiche della pianta. Il fuori suolo, inoltre, è una pratica colturale che permette coltivazioni intensive anche nel caso di suoli sono poco produttivi e/o con problemi legati alla fertilità o di scarsa disponibilità del fattore terra come nel caso di alcuni Paesi asiatici.<br />
Ad ostacolare la diffusione del fuori suolo, tuttavia concorrono:</p>
<p>-la forte incidenza dei costi di produzione che risultano elevati (nonostante il risparmio del fattore terra) sia per quanto riguarda l&#8217;acquisto dei fattori produttivi a logorio parziale (strumenti, impianti) sia per quelli a logorio totale (fertilizzanti), se comparati ai tradizionali metodi di coltivazione;</p>
<p>-le tecniche ancora adatte a un numero piuttosto limitato di colture;</p>
<p>-i problemi ambientali derivanti dal riciclaggio degli input impiegati nella coltivazione.<br />
Le coltivazioni Idroponiche</p>
<p>L&#8217;idroponia è l&#8217;arte di far crescere le piante nell&#8217;acqua. Può essere definita come la tecnica che consente lo sviluppo delle piante senza l&#8217;utilizzo del terreno, sostituito da un mezzo più o meno inerte (quale perlite, torba, pietra pomice, sabbia, ecc.), al quale viene aggiunta una soluzione nutritiva contenente gli elementi necessari alla pianta.<br />
Pur descritta da geroglifici egizi risalenti a prima di Cristo, l&#8217;idroponica è diventata una tecnica a partire dal 1930, quando uno studioso dell&#8217;Università della California (W.F. Geriche) applicò le proprie esperienze di laboratorio su vasta scala. La prima applicazione pratica di rilievo risale agli anni Quaranta durante la seconda guerra mondiale. I militari americani, operando in zone molto disagiate, risolsero con l&#8217;idroponia il problema dell&#8217;approvvigionamento degli ortaggi freschi. Nonostante questa parentesi, la tecnica non ebbe grande diffusione. La sperimentazione &#8220;necessaria&#8221; ha, tuttavia, il pregio di dare il via alla ricerca e allo sviluppo di una vasta gamma di tecniche di coltivazione, specialmente a partire dagli anni Settanta, molte delle quali hanno trovato un&#8217;estesa applicazione su scala commerciale in diversi paesi.<br />
I sistemi idroponici di maggiore successo sono quelli che si avvalgono di un substrato che prevede l&#8217;impiego di materiali alternativi al terreno destinati a sostenere le piante. Tra i più utilizzati si ricordano:</p>
<p>-La torba: deriva dalla decomposizione di alcune specie vegetali e si caratterizza per  problemi di smaltimento molto contenuti, considerata la sua facile degradabilità, e per bassi costi di impianto e di gestione;</p>
<p>-La perlite: è un particolare tipo di roccia vulcanica, capace di espandersi sino 20 volte rispetto al suo volume originario, ha un ottimo drenaggio ed ossigenazione;</p>
<p>-La lana di roccia (o grodan): è una roccia vulcanica (basalto), che, opportunamente trattata, arriva a raggiungere un volume circa 90 volte superiore a quello iniziale. Ha, tuttavia, lo svantaggio di creare notevoli problemi di smaltimento a fine ciclo di coltivazione;</p>
<p>-La fibra di cocco: tra i più pratici ed efficienti, è ecologica e riciclabile; a differenza della torba con il passare dei mesi rimane soffice favorendo così un più facile sviluppo.</p>
<p>L&#8217;idroponia permette, dunque, di recuperare aree di coltivazione svantaggiate nelle zone climatiche sfavorite, di superare le difficoltà legate alla diminuita fertilità dei terreni, di ampliare i calendari di raccolta con una continuità dell&#8217;offerta e di ottenere una migliore standardizzazione del prodotto.<br />
Per contro, gli ostacoli possono essere sintetizzati in problemi di natura economica e in problemi ambientali e logistici.</p>
<p>Sotto il profilo economico si deve ricordare che le attuali metodologie idroponiche comportano sprechi di terreno (le cosiddette tare improduttive), che possono arrivare fino al 40-50% della superficie protetta, elemento che, unito agli elevati costi di realizzazione e gestione degli impianti, si traduce in un non trascurabile aumento dei costi di produzione.<br />
Tra i fattori ambientali, il rilascio nel terreno degli elementi chimici inquinanti in seguito all&#8217;utilizzo di soluzioni nutritive a perdere e il difficile smaltimento dei materiali di sostegno utilizzati sono i principali ostacoli.</p>
<p>Rientrano tra i fattori logistici i sistemi in grado di far fronte al marciume radicale dovuto alla carenza di ossigeno alle radici e alla formazione di alghe. Altri problemi sorgono poi nella preparazione tecnica degli addetti per la conduzione della coltivazione.<br />
Nonostante gli ostacoli descritti, alcune potenzialità fanno presagire un consistente sviluppo. Tra queste si citano: i tassi crescenti di innovazione tecnologica, i progetti di sviluppo per i Paesi in Via di Sviluppo, la minor disponibilità di terra per gli aumentati fenomeni di desertificazione e di urbanizzazione.<br />
Per diffondere e risolvere i problemi che gli operatori agricoli incontrano nella gestione delle coltivazioni idroponiche si deve, tuttavia, poter disporre di un adeguato servizio di assistenza tecnica, capace di guidare gli agricoltori nell&#8217;applicazione di questi nuovi sistemi e di mettere a punto sistemi gestionali semplici ed economicamente efficienti (capaci di ridurre l&#8217;elevato costo degli investimenti e di formazione degli operatori).</p>
<p>A livello mondiale, in anni recenti, l&#8217;idroponica ha registrato grandi progressi come mezzo di produzione intensiva. Il paese leader è l&#8217;Olanda che, oltre a destinare una notevole superficie a tale tecnica colturale, vanta un&#8217;indiscussa tradizione in questo settore. In Gran Bretagna, Francia, Belgio e Giappone il senza suolo è una realtà conosciuta. In Spagna e Grecia è in fase di forte espansione. Da alcuni anni anche in Italia è cresciuto l&#8217;interesse verso questi sistemi di coltivazione. La superficie delle colture idroponiche di 40-50 ettari nel 1990, è andata rapidamente aumentando. Attualmente si stimano circa 400 ettari: le zone più importanti sono in Veneto e in Trentino per la fragola, in Sicilia ed in Sardegna per il pomodoro, in Toscana, Liguria, Lazio e Campania per la gerbera e la rosa.<br />
Coltivazioni Aeroponiche</p>
<p>L&#8217;aeroponia è una tecnica di coltivazione avanzatissima, con elevate rese produttive. Le piante sono poste su appositi pannelli forati destinati solamente a sorreggere la pianta. Lo sviluppo e la crescita avvengono in tubi di plastica attraverso i quali passano le soluzioni nutritive: le radici delle piante sono esposte all&#8217;aria e non hanno alcun tipo di contatto con substrati, naturali o artificiali.<br />
Il tempo di crescita della pianta, indipendente dalle stagioni (ciclo continuo), è lo stesso delle coltivazioni tradizionali in terra, però senza interruzioni (nessun periodo di riposo).<br />
Contrariamente a quanto avviene per l&#8217;idroponica, la coltivazione aeroponica permette di utilizzare l&#8217;intero volume della serra e di modificare i parametri della soluzione nutritiva in modo da ottenere i migliori risultati colturali.</p>
<p>Attualmente l&#8217;aeroponia è relativamente diffusa in Australia, in Canada e in alcune regioni/aree degli Stati Uniti mentre nei paesi europei trova scarsissima adesione. Presenta un elevato grado di innovazione e si presta alla soluzione di singoli problemi. E&#8217; di conseguenza assente un riferimento omogeneo capace di standardizzare i risultati ottenuti e di trasferirli in un sistema produttivo su larga scala e accessibile anche a persone di formazione media.</p>
<p>Le potenzialità sono, tuttavia, molto elevate. Le sue migliori applicazioni, anche in un&#8217;ottica di soluzione di problemi gravissimi quali quelli della malnutrizione, possono essere individuare nell&#8217;aumento della produzione agricola in territori rocciosi o semidesertici. A tal proposito la FAO (Food and Agricolture Organization) ha promosso alcune importanti iniziative al fine di esportare tale tecnica nei Paesi in Via di Sviluppo, soprattutto in quelli in cui l&#8217;acqua è una risorsa molto scarsa. L&#8217;Organizzazione privilegia, infatti, lo sviluppo rurale e l&#8217;agricoltura, individuando  strategie a lungo termine capaci di garantire la sicurezza alimentare, conservando le risorse naturali. Per il raggiungimento di tale obiettivo, tuttavia, numerosi ostacoli devono essere ancora rimossi e la tecnica rimane a titolo sperimentale. Tra i principali ostacoli si annoverano:</p>
<p>-L&#8217;elevato costo degli impianti e l&#8217;alto fabbisogno energetico, non compensati dalle alte rese;<br />
-I problemi di competizione luminosa tra le piante nei sistemi che cercano di ridurre al massimo lo spreco di superficie coltivabile;</p>
<p>-Lo scarso adattamento degli impianti e delle soluzioni nutritive in relazione alle esigenze delle diverse specie orticole e floricole coltivabili;<br />
-La gestione e il controllo computerizzato della produzione difficilmente utilizzabili dall&#8217;operatore agricolo di media professionalità.</p>
<p>Attualmente in Italia la coltivazione aeroponica viene pratica sulle seguenti varietà vegetali:<br />
pomodoro, peperone, melanzana, zucchina, cetriolo, lattuga, radicchio, cavolfiore, broccolo, basilico, salvia, melone, fragola per le orticole; garofano, rosa, crisantemo, iris, tulipano, narciso, gladiolo, fresia, gerbera per le floricole.</p>
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