Biochar, il carbone amico dell’ambiente

Il biochar, detto anche agrichar o carbone agricolo, è un materiale simile alla carbonella ottenuto grazie alla pirolisi di biomasse che ha le potenzialità per rivoluzionare l’agricoltura e rallentare l’effetto serra.

Se ne sente parlare da un bel po’ di tempo come di un interessante prodotto da alcuni e come panacea risanatrice degli scompensi climatici da biocharaltri. Ma cos’è?

Il Biochar, o Agrichar, o ancora carbone agricolo, è il prodotto naturale della pirolisi (scomposizione ottenuta col calore in assenza di ossigeno) di biomasse composte da rifiuti vegetali e altri scarti organici.
Il procedimento permette di ottenere un materiale simile a fine carbonella molto ricco di carbonio organico, combinato con carbone, condensato di bio-oli, cenere e catrame.

A cosa serve?

La sua particolare composizione lo rende idoneo all’assorbimento di CO2 e gas responsabili dell’effetto serra, che vengono letteralmente estratti dall’atmosfera e fissati al suolo in maniera stabile.
La CO2 catturata viene trattenuta, contribuendo a rendere il Biochar un substrato nutriente che riduce il fabbisogno di fertilizzanti, migliora la resa del suolo e rende più efficienti le colture tradizionali.
In sintesi, il Biochar incrementa i raccolti, migliora la qualità del terreno e riduce l’impatto ambientale dell’agricoltura.

Perchè ancora non ha salvato il mondo?

Perchè costa. Non molto, ma al momento la pirolisi per la produzione di bioenegia costa di più dell’utilizzo dei combustibili fossili.
Certo mettendo sul piatto tutti i punti a favore del Biochar sembrerebbe impossibile che si voglia restare abbarbicati a qualcosa di così antiquato e soprattutto non-rinnovabile, ma questa è l’economia.
Non dimentichiamo che guidiamo automobili a benzina e le guideremo fino a che il petrolio sarà un business così appetitoso.

Ma da dove esce questo prodotto miracoloso? Da un modernissimo laboratorio?

Ovviamente no. Quello del Biochar non è un’invenzione recente: già i nativi dell’Amazzonia pre-colombiana infatti fertilizzavano il suolo bruciando scarti vegetali e rifiuti in fossati, creando un ambiente molto fertile chiamato dagli europei Terra Preta (Terra Nera, in portoghese ).
La tecnica però è stata abbandonata per essere riscoperta solo recentemente.
Università e ricercatori stanno attivandosi per progetti interessanti in Africa e per l’applicazione su larga scala del Biochar, ma ad oggi non sono ancora attivi grandi centri che si occupino esclusivamente di esso.
Gli usi potenziali sono moltissimi e tutti molto interessanti.
Biochar può ripulire l’atmosfera dai gas serra e incamerarli per secoli, attenuando il riscaldamento globale.
La sua produzione combinata con l’utilizzo di biocarburanti ha un bilancio positivo che garantisce 3-9 volte più energia ottenuta di quanta ne è stata spesa.
La sua presenza nei terreni di coltura ne abbassa il pH, previene la lisciviazione dei nutrienti e li conserva disponibili più a lungo, oltre a trattenere l’acqua.
Questo migliora la resa del substrato, e riduce l’impiego di fertilizzanti.
Riduce inoltre l’emissione del suolo di protossido d’azoto e metano, dannosi per l’atmosfera. Terreni sfruttati o poco fertili possono essere letteralmente trasformati con l’aggiunta di Biochar.
L’aggiunta di Biochar all’alimentazione degli animali contribuirebbe a ridurne le emissioni di metano (un po’ come il carbone attivo sgonfia-pancia della pubblicità) e lo migliorerebbe il potere concimante del letame, oltre a renderlo un po’ meno odoroso di “campagna”.


E dove si deforesta? Questo Biochar non si incatenerà mica agli alberi per salvarli.

No, però permetterebbe di porre un freno all’attuale politica del taglia e brucia, che porta ad un rapido sfruttamento delle aree che vengono poi abbandonate per una nuova zona deforestata.
Le aree disboscate infatti non sono granchè fertili, richiedono molti nutrienti chimici e si esauriscono in fretta. Se invece di bruciare gli alberi per produrre energia si “pirolizzassero” (ok, fingiamo che questa parola esista) Biochar si avrebbero campi fertili e un buon recupero di materiale. E ovviamente meno alberi abbattuti.
La ciliegina sulla torta è che tutto questo non richiederebbe sostanziali cambiamenti strutturali o grandi investimenti.

Dov’è il trucco?

Non c’è trucco e non c’è inganno. Ma ci sono i derivati, che sono ottimi.
Bio-olio combustibile da utilizzare per il riscaldamento (produce particolato però e va quindi utilizzato con le cautele del caso), e Syngas che può essere bruciato direttamente o convertito in diesel pulito o nella produzione di metanolo o idrogeno.
Ok, a ben guardare il bio-olio qualche problemino lo dà, come combustibile: è corrosivo per l’acciaio e ha un elevato contenuto di vapore acqueo che potrebbe danneggiare l’accensione dei macchinari, inoltre contiene particelle che potrebbero bloccare gli iniettori.
Più che utilizzato direttamente esprimerebbe al meglio il suo potenziale una volta raffinato e suddiviso in preziose ed utili sostanze chimiche, e solo dopo utilizzato come combustibile o trasformato in Syngas.

La pirolisi parrebbe essere il metodo col migliore rapporto costo-efficacia per la produzione di energia da biomasse. Piccole unità trasportabili per la pirolisi abbatterebbero i costi del trasporto della biomassa e si potrebbero alimentarecol Syngas prodotto.
Esiste una pirolisi lenta, a bassa temperatura, che produce più Biochar (circa il 50%) e impegna diverse ore, e una veloce che in pochi secondi grazie alle alte temperature produce circa il 60% di bio-olio, il 20% di Syngas e il 20% di Biochar.
Abbiamo visto di recente applicare con successo la tecnologia a microonde alla pirolisi nel Black Phantom, e questo potrebbe rendere ancora più efficiente l’intero procedimento.

Impieghi pratici

Al momento si lavora sulla possibilità di aprire impianti locali centralizzati a livello regionale, sulla fornitura di sistemi a piccoli gruppi di agricoltori e su forni mobili a bordo di speciali camion.
A seconda delle esigenze specifiche della zona può essere adottato uno di questi metodi, che restano comunque allo studio limitatamente a poche zone rurali.
Bisognerà aspettare il finanziamento di qualche colosso del commercio per vedere veri importanti passi avanti.
Incrociamo dunque le dita nella speranza che il Biochar si riveli fonte di guadagno della multinazionale di turno e non un bastone tra le ruote dei titani del petrolio e del carbone, o non ne sentiremo mai più parlare.

3 Comments on this Post

  1. Chiedo di conoscere la composizopne chimica media del biochar,grazie

  2. suppongo dipenda dal materiale di origine e dal metodo scelto per la pirolisi, quindi dubito che esistano dati ‘medi’.

  1. By Biochar e Agricoltura | Progetto Biosolare on 23/06/2009 at 12:52

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