Coltivazioni fuorisuolo: le fragole

Uno sguardo dall’interno alla coltivazione professionale fuorisuolo della fragola, una delle tipologie di colture che più si prestano a questa tecnica.
A cura della giovane ed innovativa ditta Fragolosa di Agricola di Barge (CN).
Già ampiamente sperimentata nel Nord Europa, dove le condizioni climatiche e pedologiche sono più sfavorevoli alle colture tradizionali, la coltura fuori suolo rappresenta una reale possibilità di miglioramento qualitativo ed economico della produzione.
La coltura della fragola fuori suolo rappresenta una delle maggiori innovazioni tecnologiche dell’ultimo decennio.
Essa consente di ottenere produzioni fuori stagione solitamente più remunerate sui mercati, variando in modo appropriato i tempi della messa a dimora delle piantine nei sacchetti contenenti substrati misti di torba e perlite.
Normalmente si opera in modo tale che la prima produzione sia disponibile per il mercato nel periodo di ottobre-dicembre.
Dopo la pausa invernale si ha una seconda produzione, primaverile, di aprile-maggio.
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la coltura fuori suolo ha una lunga storia che risale ben al XVII secolo, Tra i primi esperimenti significativi si ricorda quello di Duhamel Monceau che nel 1758 fece germinare alcuni semi di diverse piante su delle spugne umide.
Le radici di tali piante furono immerse una parte in acqua ed una parte in una soluzione concimata. Costatando i buoni risultati ottenuti da queste ultime, se ne dedusse che le piante non assorbivano solo acqua, ma anche tutte le sostanze nutritive in essa disciolte. Iniziarono così le prime esperienze “fuori suolo” utilizzando i substrati più diversi, dai pezzi di legno alla sabbia di quarzo, dalla polvere di mattone alla torba.
Aspetti colturali

Per ottenere i migliori risultati con questo tipo di coltura è necessario superare alcune problematiche che normalmente non si presentano nelle colture tradizionali in suolo: scelta delle strutture di protezione della coltura e di sostegno dei sacchi; tipo di substrato; caratteristiche dell’acqua di irrigazione; composizione della soluzione nutritiva e di conseguenza adeguatezza dell’impianto fertirriguo; tipo di pianta.
La struttura di protezione è quasi sempre costituita da un tunnel, non necessariamente tra i più costosi.
E’opportuno che sia dotata di controllo automatico delle aperture laterali al fine di regolare la temperatura e che abbia la copertura con doppio telo gonfiabile, costituita da film plastici a base di EVA o comunque “lunga vita”, con spessore medio di 0,18- 0,20 mm da sostituire ogni 3-4 anni.
Il doppio telo gonfiabile consente una diminuzione degli sbalzi termici e nel caso in cui si ricorra all’impiego del riscaldamento di beneficiare di un consistente risparmio energetico.
In queste strutture, piuttosto resistenti, i sacchetti contenenti i substrati di coltivazione vengono solitamente sospesi ed agganciati ai tiranti degli archi portanti. In questo modo è possibile coprire il suolo con un film plastico pacciamante bianco in grado di aumentare la luminosità ed attenuare la formazione di condensa all’interno del tunnel.
Il tipo di substrato attualmente più usato, almeno nel cesenate, è una miscela di torba e perlite, che permette, rispetto alla sola perlite, un certo margine di errore nel controllo dei valori di conducibilità elettrica (EC) e di pH, rispetto alla perlite pura.
Quest’ultima ha però il vantaggio di poter essere riutilizzata per più cicli di produzione.
L’acqua irrigua a disposizione dall’azienda agricola è determinante ai fini della scelta del l’impianto di fertirrgazione. Uno dei parametri dell’acqua più importanti da valutare è sicuramente la conducibilità elettrica a 25°C (in microSiemens/cm) che esprime convenzionalmente la salinità di una soluzione.
In alcune zone, come il Trentino, l’acqua irrigua ha generalmente una conducibilità molto bassa (100-300 mS/cm), mentre in altre, come il cesenate, questo valore è molto alto (1000 – 1.200 mS/cm).
In questa seconda realtà è intuibile come risulti molto difficoltoso arricchire la soluzione con fertilizzanti senza superare i valori limite sopportabili dalla coltura (1.600-1.800 mS/cm).
Per non incorrere in seri problemi è necessario quindi poter disporre di un buon impianto fertirriguo, capace di controllare in tempo reale i valori di EC e di pH della soluzione nutritiva, interrompendo, in caso di superamento dei valori prefissati, l’immissione in linea dei fertilizzanti.
Nei casi di acque particolarmente “difficili” o per ottenere comunque i migliori risultati produttivi, è possibile dotare l’azienda di un impianto che consenta, sfruttando l’osmosi, di abbassare drasticamente i valori di EC dell’acqua di partenza (30-100 mS/cm).
In questo modo la concimazione risulta più facile e più incisiva con benefici sulla quantità e la qualità della produzione.
La soluzione fertilizzante viene costituita utilizzando 3 contenitori: nel primo è contenuto nitrato di calcio e potassio con chelati di ferro; nel secondo i microelementi, il solfato di magnesio, il fosfato nionopotassico e il nitrato di magnesio, mentre nel terzo è contenuto acido nitrico necessario per acidificare la soluzione fertilizzante sino a valori di pH compresi fra 5,2 e 5,8.
Le piante solitamente impiegate nel fuori suolo sono generalmente “ingrossate” (WB, A+ e TP), in grado di iniziare a fruttificare circa 45 giorni dopo la messa a dimora. Da studi condotti recentemente nel Cesenate, i migliori risultati sono stati ottenuti con le varietà Mara des Bois, Miss e Don.

Per approfondimenti visitate il sito, ricco di contenuti, da cui è tratto l’articolo: www.gruppoagritech.it/fragolosa

3 Comments on this Post

  1. Sono un Naturopata e le fragole sono tra i miei frutti preferiti. E’ risultato istruttivo la lettura dell’articolo, grazie.

  2. Sono un futuro agronomo e perdipiù possiedo una piccola azienda adibita in gran parte da fragole e dove quest’anno ho inpiantato un piccolo fuori suolo per cui la lettura di questo articolo mi ha aiutata ad ampliare il mio bagaglio culturale.grazie

  3. grazie a te 😉

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