Guerre per l’acqua

Lo spettro delle «guerre per l’acqua» distoglie dalla necessità urgente di cooperazioni transfrontaliere.
La cooperazione, nel settore dell’acqua, è più diffusa del conflitto, ed è più che mai fondamentale, dice il Rapporto sullo sviluppo umano 2006

Città del Capo, 9 novembre 2006 – Sfidando le previsioni di inevitabili conflitti armati provocati dall’incremento della competizione per l’acqua, il Rapporto sullo sviluppo umano 2006, appena pubblicato, rileva che la cooperazione transfrontaliera nel campo delle risorse idriche è già oggi molto più diffusa ed efficace di quanto comunemente non si creda, e offre numerosi modelli per la risoluzione di futuri contenziosi idrici internazionali.

Il 90 per cento della popolazione mondiale vive in paesi che condividono le loro fonti di approvvigionamento idrico con altri paesi. Ma il nuovo Rapporto sullo sviluppo umano, intitolato Al di là della scarsità: il potere, la povertà e la crisi idrica globale, evidenzia che, se da una parte è vero che questa interdipendenza può far nascere tensioni politiche tra stati, la maggior parte delle risorse idriche condivise vengono gestite in modo pacifico tramite strumenti tecnici e diplomatici.

Negli ultimi 50 anni, sono stati 37 i casi di violenza tra stati per questioni legate all’acqua: tutti questi episodi, tranne 7, si sono verificati in Medio Oriente. Ma nello stesso periodo, dice il Rapporto, sono stati negoziati più di 200 trattati fra paesi sull’acqua.

E l’India e il Pakistan, nonostante due guerre e una costante tensione geopolitica, gestiscono congiuntamente da mezzo secolo bacini idrografici comuni tramite la Commissione idrica permanente per l’Indo.

La necessità di una maggiore cooperazione transfrontaliera, in ogni caso, è più tangibile che mai, perché nel 2025 più di tre miliardi di persone potrebbero trovarsi a vivere in paesi sottoposti a stress idrico. I falsi allarmi su imminenti guerre per l’acqua non servono ad altro che a distogliere l’attenzione dalla minaccia reale rappresentata dalla crisi idrica globale per lo sviluppo umano, una minaccia che affonda le sue radici nel potere, nella povertà e nella disuguaglianza, sottolineano gli autori.

«La gestione di acque condivise può essere un punto di forza a favore della pace o del conflitto, ma sarà la politica a decidere quale via intraprendere», dice Kevin Watkins, il principale autore del Rapporto.

La tendenza futura

Il Rapporto individua due obiettivi di ampio respiro nella governance transfrontaliera dell’acqua: sostituire l’azione unilaterale con la cooperazione multilaterale e mettere al centro al dibattito le questioni dello sviluppo umano, e non il potere e la politica. Per arrivarci, bisognerà rinunciare alle rigide rivendicazioni di sovranità, rafforzare la leadership politica e trovare un migliore equilibrio di potere, dice il Rapporto, che raccomanda di dedicare maggiore attenzione alle seguenti problematiche:
·Incrementare le trattative politiche per costruire la fiducia e accrescere la legittimità:La cooperazione transfrontaliera sull’acqua dipende dalla volontà degli stati rivieraschi di condividere la gestione delle acque. In questo ambito, il sostegno internazionale può contribuire a creare l’ambiente adatto per una cooperazione efficace, dicono gli autori.

·Valutare le esigenze di sviluppo umano e individuare i benefici reciproci potenziali:I leader politici dovrebbero individuare obiettivi condivisi, a livello di bacino, per lo sviluppo umano – sotto il profilo della riduzione della povertà, della creazione di posti di lavoro e della gestione del rischio – e rendere questi obiettivi parte integrante della pianificazione del bacino fluviale.

·Maggiore sostegno alle autorità di bacino, con misure che comprendono l’allargamento del loro mandato e il rafforzamento della loro capacità di garantire il rispetto dei trattati:Con l’evoluzione della cooperazione a livello di bacino, i leader politici devono alzare il tiro e puntare a obiettivi più ambiziosi. Considerando la sua grande esperienza nella gestione transfrontaliera delle acque, l’Unione Europea, attraverso partenariati con il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo e la Banca mondiale, potrebbe fare di più per sostenere lo sviluppo delle istituzioni nei paesi poveri, dice il Rapporto.

·Maggiori finanziamenti per la gestione transfrontaliera delle acque:Dei 3,5 miliardi di dollari in aiuti internazionali spesi per l’acqua e i servizi igienico-sanitari, meno di 350 milioni sono destinati a risorse idriche transfrontaliere. Il Rapporto sostiene che i donatori dovrebbero puntare a incrementare in modo sostanziale questa cifra, ma per responsabilizzare i riceventi degli aiuti, i paesi rivieraschi devono sostenere una parte consistente degli oneri finanziari.

Perché esistono tensioni per l’acqua?

L’acqua è la più fuggevole delle risorse: fiumi, laghi e acquiferi attraversano i confini politici senza passaporti o documenti. Centoquarantacinque paesi condividono quelli che vengono definiti bacini idrici «transfrontalieri»: bacini imbriferi o bacini idrografici, compresi i laghi e le falde acquifere superficiali, condivisi da paesi confinanti. E il numero sta crescendo, soprattutto per via della frantumazione dell’ex Unione Sovietica e dell’ex Jugoslavia. Nel 1978, i bacini internazionali erano 214: oggi, sono 263.

La condivisione dell’acqua crea sempre potenziali condizioni di competizione. La parola rivale deriva dal latino rivalis, che significa «qualcuno che usa lo stesso fiume di un altro». I problemi cominciano quando l’acqua – dei fiumi, dei laghi, degli acquiferi o delle paludi – non viene gestita correttamente. La maggior parte dei paesi dispone di regole istituzionali e regolamenti per la distribuzione dell’acqua e la risoluzione delle dispute all’interno dei loro confini, ma i meccanismi interstatali sono molto meno sviluppati, e la combinazione fra stress idrico e istituzioni fragili può produrre un rischio reale di conflitti.

Il Medio Oriente

In nessuna parte del mondo tutto ciò è clamorosamente evidente quanto nei Territori Palestinesi Occupati. La popolazione palestinese è la metà di quella israeliana, ma consuma soltanto il 10-15 per cento dell’acqua che viene consumata in Israele. In Cisgiordania, i coloni israeliani usano una quantità di acqua pro capite quasi nove volte maggiore di quella che usano i palestinesi. I palestinesi patiscono una delle carenze idriche più gravi del mondo.

Contribuiscono al problema sia la disponibilità fisica di acqua sia i fattori politici. La mancanza di acqua rende più difficile agli agricoltori produrre cibo e guadagnarsi da vivere, mentre le regole esistenti consolidano un accesso agli acquiferi comuni squilibrato e percepito come ingiusto.

Ma non è una situazione inevitabile. Una migliore cooperazione potrebbe risolvere il problema, come altri esempi regionali dimostrano. Nel 1994, per esempio, Israele e la Giordania hanno firmato un accordo che consente alla Giordania di immagazzinare le acque di scorrimento invernali nel lago Tiberiade, in territorio israeliano. Questo accordo consente inoltre a Israele di noleggiare una serie di pozzi dalla Giordania per attingere acqua da destinare all’agricoltura.

Questo accordo, però, non aveva previsto la peggiore siccità mai registrata, quella del 1999, che creò tensioni in seguito alla diminuzione dell’approvvigionamento idrico per la Giordania. L’accordo, tuttavia, è rimasto intatto, a dimostrazione dell’impegno di entrambe le parti a cooperare sulle questioni idriche.

Così come l’accordo sull’acqua fra Israele e la Giordania è stato contestuale al trattato di pace fra i due paesi, nel 1994, un accordo politico definitivo tra Israele e i Territori Palestinesi Occupati dovrebbe includere un patto sulle risorse idriche comuni, affermano gli autori del Rapporto.

La scarsità d’acqua è un problema grave in tutto il Medio Oriente. L’Iran e l’Iraq sono i soli paesi nella regione ad essere al di sopra della soglia che delimita una situazione di stress idrico, evidenzia il Rapporto, e il 90 per cento della popolazione del Medio Oriente e del Nordafrica si troverà a vivere in nazioni con problemi di carenza idrica di qui al 2025. Ma questa zona arida del mondo non è certo l’unica a dover trovare soluzioni eque ai problemi di stress idrico.

Il lago d’Aral

Per paesi come il Bangladesh, che dipende dall’India per il 91 per cento delle acque usate per irrigare le piantagioni e rigenerare gli acquiferi, i vantaggi di una cooperazione in materia idrica sono evidenti. Per altri paesi, la consapevolezza della necessità di cooperare è arrivata fin troppo tardi. È il caso del lago d’Aral, nell’Asia centrale.

Il lago d’Aral, uno dei più clamorosi disastri ambientali del mondo, è la testimonianza del prezzo della mancanza di cooperazione nella gestione delle acque transfrontaliere. La deviazione delle acque operata per mezzo secolo per sostenere la coltivazione di cotone tramite un inefficiente sistema irriguo ha strangolato il lago d’Aral, che all’epoca era il quarto lago più grande del mondo. Negli anni Novanta, il lago riceveva meno di un decimo del flusso idrico precedente, e a volte non riceveva proprio acqua.

Anche dopo l’indipendenza dall’Unione Sovietica, le nuove repubbliche non sono riuscite a cooperare in maniera efficiente, insistendo su programmi di espansione dei sistemi irrigui incompatibili fra loro, che non tenevano in considerazione l’impatto nei paesi a valle. La scomparsa del lago è stata una catastrofe sociale e ambientale.

I raccolti di cotone sono calati di un quinto dall’inizio degli anni Novanta, e la perdita dei quattro quinti di tutte le specie ittiche ha rovinato l’industria della pesca, un tempo florida, nelle province a valle. Gli abitanti delle province di Qyzylorda, nel Kazakistan, di Dasˇhovuz, nel Turkmenistan, e di Karakalpakstan, nell’Uzbekistan, ricevono acqua contaminata da fertilizzanti e prodotti chimici, inadatta al consumo umano o all’agricoltura. I tassi di mortalità infantile sono arrivati in alcune regioni a 100 decessi ogni 1000 nati vivi, una media più alta di quella dell’Asia meridionale. E circa il 70 per cento degli 1,1 milioni di abitanti del Karakalpakstan soffrono di malattie croniche (disturbi respiratori, febbre tifoide, epatite e tumore dell’esofago).

Il caso del lago d’Aral illustra perfettamente come non si deve cooperare. Mette in evidenza che il modo in cui un paese a monte utilizza le acque influenza l’ambiente e la qualità dell’acqua per un paese a valle, e che trattenere l’acqua per destinarla all’irrigazione o alla generazione di energia in un paese riduce la portata del fiume a valle per i contadini e per l’ambiente di un altro paese.

Il Rapporto, tuttavia, osserva che alcune nazioni rivierasche, in uno sviluppo interessante che dimostra l’impatto potenziale di una cooperazione razionale, negli ultimi anni hanno cominciato in parte a mettere rimedio al danno, proteggendo i bacini e controllando il flusso di acque in uscita dal lago con nuove dighe e nuovi canali, col risultato che i livelli delle acque, per la prima volta da una generazione a questa parte, stanno risalendo.

Esistono quattro ostacoli principali alla cooperazione transfrontaliera sull’acqua, secondo gli autori: le rivendicazioni contrastanti e la percezione degli imperativi della sovranità nazionale; carenza di leadership e di visione politica; asimmetrie di potere; non partecipazione a iniziative di bacino internazionali. Per evitare conflitti, è necessario superare tutti questi ostacoli, limitare il degrado dell’ambiente e garantire che le acque condivise vengano utilizzate per massimizzare le opportunità di sviluppo umano.

Le ragioni per cooperare

In teoria, l’approccio più logico a una gestione efficace delle acque transfrontaliere sarebbe lo scambio tra paesi di risorse agricole, energia idroelettrica e altri servizi sulla base del rispettivo vantaggio comparato nell’impiego idrico. Per fare un esempio ovvio, l’energia idroelettrica ha un miglior rapporto costi-benefici nelle regioni montagnose, dove l’acqua prende slancio scorrendo verso valle, mentre l’irrigazione produce migliori risultati nelle valli e nelle pianure; scambiare energia idroelettrica contro prodotti agricoli è un modo per sfruttare questo vantaggio comparato.

Eppure, nella pratica, la maggior parte dei bacini fluviali non dispone di istituzioni preposte a comporre le divergenze e coordinare le risorse condivise, e sulle politiche dei governi pesano molto fattori come la fiducia e le preoccupazioni strategiche.

I guadagni potenziali della gestione delle acque transfrontaliere sono immensi. Ad esempio, il Brasile e il Paraguay hanno risolto una disputa di confine vecchia di cento anni con la firma dell’Accordo di Itaipú. Finanziata in gran parte da investimenti brasiliani, la diga di Itaipú è diventata una delle più grandi centrali idroelettriche del mondo, coprendo un quarto del consumo energetico del Brasile e svolgendo il ruolo di principale fonte di entrate in valuta straniera per il Paraguay.

In un’altra parte del mondo, la Comunità per lo sviluppo dell’Africa meridionale ha guidato un processo di cooperazione a livello di bacino per i 15 fiumi transfrontalieri della regione, concentrandosi sulla raccolta di informazioni e lo sviluppo di infrastrutture per migliorare la sicurezza energetica e alimentare per i più deboli, espandendo al tempo stesso i programmi di rifornimento idrico per le piccole città e i villaggi delle zone di confine, oltre a rafforzare la capacità delle autorità di bacino di proteggere la qualità e l’accesso all’acqua.

Nel corso della storia, la cooperazione sulle risorse idriche condivise è stata la regola, non l’eccezione. Il Rapporto 2006 sostiene che adesso, con un numero di individui in competizione reciproca per le risorse che non è mai stato così alto, approcci più ambiziosi e meno frammentati alla governance dell’acqua sono nell’interesse della sicurezza sul lungo termine di chiunque.

IMMAGINI VIDEO SUL RAPPORTO SULLO SVILUPPO UMANO 2006 SONO DISPONIBILI  su http://hdr.undp.org/hdr2006/media.

A PROPOSITO DI QUESTO RAPPORTO
Il Rapporto sullo sviluppo umano offre ogni anno un quadro del dibattito in corso su alcune delle sfide più pressanti per l’umanità. È un rapporto indipendente commissionato dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (undp). Kevin Watkins è il principale autore del Rapporto 2006, che include contributi speciali da parte di Gordon Brown, di Ngozi Okonjo-Iweala, del presidente Lula, del presidente Jimmy Carter e del segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan.
Il Rapporto è tradotto in più di una dozzina di lingue, e viene lanciato ogni anno in oltre 100 paesi. Per ulteriori informazioni, si veda http://hdr.undp.org/hdr2006

A PROPOSITO DELL’UNDP
L’UNDP è la rete globale dell’Onu che si ripropone di aiutare le persone a soddisfare le proprie necessità di sviluppo e costruire una vita migliore. Siamo presenti sul campo in 166 paesi, lavoriamo in un rapporto di fidata collaborazione insieme ai governi, alla società civile e al settore privato per aiutarli a costruire loro soluzioni a problemi di sviluppo globale e nazionale. Per ulteriori informazioni, si veda www.undp.org

  1. By Il mito delle guerre per l’acqua « on 20/03/2012 at 08:38

    […] scenario temuto dagli esperti di “idropolitica”, nuova branca della geopolitica, prevede un futuro costellato di guerre per il controllo dell’acqua (cd “idroconflitti”) tali da far impallidire anche quelli per il petrolio, di cui, paradossalmente, la medesima […]

  2. […] Lo scenario temuto dagli esperti di “idropolitica”, nuova branca della geopolitica, prevede un futuro costellato di guerre per il controllo dell’acqua (cd “idroconflitti”) tali da far impallidire anche quelli per il petrolio, di cui, paradossalmente, la medesima […]

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