Idroponica: la storia

una panoramica sulla tecnica di coltura idroponica nella storia

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Con il termine “ idroponica” (dal greco coltivazione in acqua) si indica una tecnica agronomica che esclude il contatto delle radici con il terreno.

L’idroponica garantisce rispetto all’agricoltura tradizionale produzioni più ricche, costi minori, qualità controllata, risparmio di acqua e rispetto per l’ambiente.

E’ diffusa soprattutto in paesi, come l’Olanda, in cui vigono norme severe per impedire l’inquinamento delle falde idriche, e se ne sperimenta l’applicazione particolari contesti: nelle aree inquinate o radioattive (come Chernobyl),nelle zone aride dell’Africa, nella basi in Antartide e nelle missioni aerospaziali.

Si tratta di una tecnica antica: nota ai Babilonesi e agli Aztechi, fu descritta anche da Marco Polo nella Cina del 1200: l’uomo scopre questa possibilità in maniera piuttosto casuale, e la impiega dove la natura lo consente.

I primi tentativi di riprodurre in laboratorio una coltivazione idroponica li ritroviamo in alcuni grossolani esperimenti belgi del 1600, ma ancora nessuno ha capito che l’acqua da sola non basta alla sopravvivenza della pianta, ma sono necessari anche nutrimento, ossigeno e anidride carbonica.

Alla fine dello stesso secolo, in Inghilterra, la prima effettiva scoperta :mischiando la terra all’acqua e utilizzando la mistura come soluzione nutritiva le piante sopravvivono.

Ci vorrà ancora qualche decennio perché vengano comprese le dinamiche primarie della vita e dello sviluppo delle piante, e il ruolo ricoperto dall’interazione di elementi esterni (luce, calore, umidità), e solo alla fine del 1700 si avranno chiare le basi del processo di fotosintesi clorofilliana.

Per tutto il secolo successivo l’argomento non ha smesso di interessare gli scienziati e i ricercatori, ma solo nel 1930 ci sarà una svolta epocale: da argomento di ricerca riservato a biologi e botanici, questa geniale metodologia di coltivazione viene finalmente concepita come mezzo per la produzione su larga scala, e nasce il termine “idroponica”.

Questo evento storico porta la firma del Dr William F. Gericke , docente dell’università californiana di Berkeley, considerato il padre dell’idroponica moderna: notissime le foto dell’epoca che fecero il giro dell’America, in cui appare ritratto accanto ad enormi piante di pomodoro.

L’impianto era ancora troppo complesso per un impiego effettivo dei coltivatori e negli anni successivi fu rielaborato e rivisto, migliorandone il sistema di ossigenazione e alleggerendone la struttura generale.

Nel 1945, per provvedere al sostentamento dei soldati, l’esercito costruisce impianti idroponici ad Okinawa, Iwo Jima e nelle Hawaii, garantendo rifornimenti di frutta e verdura fresche ai suoi soldati: il risultato è talmente incoraggiante da spingere l’esercito ad investire nel settore, sviluppando estesissime coltivazioni dislocate un po’ dovunque nel mondo.

Simili progressi hanno incoraggiato la diffusione della coltivazione fuori suolo nel mondo intero, soprattutto in Olanda, Spagna, Francia, Inghilterra, Germania, Svezia, URSS e Israele.
Le zone aride, con terreno povero erano ideali: si iniziarono negli anni 60 a studiare sistemi per uso domestico, sebbene inizialmente le difficoltà non fossero poche.

Alla fine degli anni 70, con l’avvento del PVC e delle plastiche moderne, la concezione stessa degli impianti compie un balzo tecnologico ,e i nuovi materiali consentono di rivedere completamente parti essenziali come le pompe, i tubi, i serbatoi dell’acqua, rendendoli più pratici ed economici: l’idroponica torna sula cresta dell’onda dove, tra alti e bassi, non ha più smesso di essere fino ai nostri giorni.

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